Riflessioni su un futuro già accaduto!
Il pubblico ha gradito, ieri sera, a Candelo, in Sala Affreschi, la serata divulgativa dedicata all’evento dibattito Io e I.A.: Inseparabili? Noi e l’Intelligenza Artificiale: riflessioni su un futuro già accaduto. I soci di Orizzonti Creativi Manuela Labardi, Amedeo Leone, Andrea Cantone, Giacomo Ramella Pralungo, Nicoletta Feroleto, Luca Foscale, accompagnati dalla musica di Michele Seggiaro e moderati da Maria Chiara Cavagna, hanno analizzato da più punti di vista questa nuova tecnologia che, entrata prepotentemente nelle nostre vite, le sta cambiando. Un grazie sentito va, come sempre, all’Amministrazione della città di Candelo e alla Biblioteca Civica Livio Pozzo di Candelo che credono nella nostra Associazione e favoriscono occasioni di dibattito e confronto.
Lo ha ribadito anche la Vicepresidente Nicoletta Feroleto nel suo intervento che qui riportiamo.

Prima del momento musicale con lettura finale, una breve riflessione (riflettere, riflesso: sono termini che si ripeteranno alcune volte, da qui in poi) sul motivo per cui Orizzonti Creativi ha deciso di affrontare il tema dell’intelligenza artificiale (A.I.) È stato durante un’assemblea dell’Associazione, ai primi tempi in cui le grandi piattaforme di A.I. generativa si stavano facendo conoscere urbi et orbi, si direbbe. Già allora si era acceso un dibattito e un confronto, fra preoccupazioni e interesse da parte di chi partecipava.
Nel frattempo sono passati eventi, fiere e portati avanti progetti, e l’ A.I. restava lì, ad attendere e crescere. Eppure le competenze le avevamo, le avete ascoltate stasera, esperte, professionali e arricchenti.

Volevamo trovare anche un metodo di offrire un prodotto in cui Orizzonti Creativi sperimentasse un momento divulgativo condiviso con i partecipanti, per indurci a riflettere, insieme, su un cambiamento epocale che si stava palesando, ma era già in atto da molto tempo, come è noto.
Per farlo, serviva chi narrasse una storia che provasse a descrivere come alle volte ci si possa sentire, di fronte a un altro da sé, che si riflette in noi e noi in lui/lei.
In apertura è stato narrato il mito di Narciso, senza commentarlo, per fare in modo che facesse da accompagnatore discreto agli interventi, e presente per essere osservato, dalle locandine.
In lui abbiamo identificato un testimone che arriva da prima che la letteratura, la cinematografia e le altre arti abbiano immaginato negli ultimi centocinquant’anni circa (con qualche visionaria intuizione precedente) la relazione tra uomo e macchina, se si può ancora chiamare così lo specchio in cui ci troviamo a riflettere.
Da un’opera d’arte dell’ultimo anno del 1500 e da un mito ancor più antico abbiamo trovato l’ispirazione per poter parlare di uno dei legami di dipendenza più sconcertanti e sorprendenti a cui mai avremmo creduto di assistere, e che mettono in discussione la maggior parte delle tematiche connesse al mondo artistico, perché è di questo che si vorrebbe trattare, ora.

Missione: farsi delle domande, non aspettandosi risposte esaustive.
Curiosamente, nel trattato “De pictura” (1435), Leon Battista Alberti riporta le origini della pittura nel mito di Narciso, il suo specchiarsi nelle acque dello stagno è perfetta metafora dell’arte che si misura costantemente con il suo doppio. Per cui, proponendo il mito di Narciso come metafora tra essere umano che si riflette nell’A.I., creiamo un collegamento temporale inaspettato.
Ogni gesto artistico risulta un guardarsi dentro, per rappresentarsi all’esterno: Narciso che si riflette su un foglio, una tela, una pietra, uno strumento, un monitor. La differenza è che sul foglio, la tela, con la sgorbia, sui tasti, si conoscono i propri limiti e si cerca di superarli, di imparare; dal monitor, è possibile sentirsi onnipotenti, avendo dall’altra parte un doppio che può supplire dove manca il talento e lo studio.

Cosa vedeva il Narciso di Caravaggio, maledetto per sempre e sordo alla voce di Eco, nello stagno? Fin dove il suo sguardo entrava nell’altro fino a confondersi pensando di essere lui, quello nell’acqua?
Siamo pronti, noi umani, a utilizzare il potenziale inesauribile che potremo avere dalla A.I. o rischieremo di perire, incantati dalla fascinazione che ci fa fare e diventare ciò che non saremmo?

È possibile generare arte artificiale preservando la nostra essenza, il talento originario? Potrà esserci un Caravaggio che scoprirà nuovi modi di espressione artistica con la consapevolezza di essere ancora se stesso? E poi, è questo il fine o il fine è ciò che è stato creato, comunque, resettando il proprio ego?
La maledizione di Narciso era di non potersi separare dalla sua immagine, fino a morirne. Bisognerebbe lavorare fortemente per non annullarsi in una vita illusoria. Anche se la realtà, soprattutto ora, non è facile da affrontare, e l’essere umano non è così edificante quanto sia il confort che una macchina seduttiva possa darci.
Chiederemo così all’A.I. di darci ciò che vogliamo e vorremmo essere, o le chiederemo ciò di cui avremo bisogno per migliorare noi e ciò che ci circonda? L’arte è bellezza, ma soprattutto impegno. La disperazione di Narciso non nasce forse dal concentrarsi unicamente su se stesso, confermando il proprio esistere esclusivamente nell’immagine acquosa e incerta di rimando?

L’artista, come lo scienziato, non si è mai fatto scrupoli per raggiungere i propri obiettivi: ha seccato e polverizzato liquidi organici per ottenere colori, usato cadaveri come modelli, ha vissuto in una baracca per non allontanarsi dalla propria opera, è diventato luce e ombra, ha confezionato le proprie feci, offeso il proprio corpo, inventato panorami, distrutto il proprio lavoro.
Cosa ne farà allora di questa macchina generatrice che gli permette di comporre musica e testi, immagini e video? La utilizzerà, è già in corso, come strumento per trovare nuove forme di espressione, ricercandole come Caravaggio nella punta del pennello o si beerà di un prodotto omologato e autolivellante, suggerito da una suadente alterità, causando una bulimia di elaborati autocompiaciuti? Si guarderà ancora intorno?
Probabilmente una risposta, contravvenendo allo scopo di questo intervento, potrebbe arrivarci proprio da Michelangelo Merisi, che ebbe moltissimi emulatori e manieristi, alcuni con incredibile talento, ma l’unico Caravaggio fu e rimane solo lui.
Del resto, compito dell’artista è riflettersi nel tempo che gli appartiene, farsi storia. La superficie nella quale ci stiamo riflettendo è ancora in fase di composizione, sta solo a noi, guardarci e decidere cosa saremo, quale immagine specchiata sceglieremo, stando attenti a non innamorarsene troppo. Non è semplice, in un breve intervento, confrontarsi su un tema così vasto restando nei canoni stabiliti e raggiungere lo scopo di porsi domande, far emergere le contraddizioni, per schivare il pericolo delle tifoserie fini a se stesse.
Al termine della conferenza è seguito un dibattito che ci ha permesso ancora di confrontarci e ha stimolato, nuove, ulteriori domande.
